Giovedì, Febbraio 23, 2012
   
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Roberto Boano

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                            L'intervista a Roberto Boano

Tra i grandi nomi del motociclismo italiano di qualche anno fa, non potevamo certo fare a meno di intervistare Roberto Boano, che in un calda serata estiva ci ha raccontato che….

“ Roberto, da quando è nata la tua passione per la XR?”

Beh….mi fai fare un bel salto a ritroso nel passato…..dunque era il 1984. Mi ero sempre dedicato al cross, non interessandomi all’enduro, ed ho avuto l’occasione di avvicinarmi al mondo dei rally partecipando, nel 1984 appunto, al Rally dei Faraoni, al quale ho preso parte come privato dopo aver acquistato e immatricolato nel 1983 una XR 500 dell’82, importata da Dall’Ara. Ricordo ancora quella moto, era una XR praticamente di serie, con i freni a tamburo. Gli unici adattamenti che feci furono un serbatoio maggiorato Acerbis, un bauletto di cuoio posteriore, una tanica laterale supplementare ed un porta road book a strappo perché, per chi come me ha vissuto le esperienze dell’enduro in quegli anni si ricorderà ancora non esistevano i road book a rotoli, ma solamente a pagine, da strappare e gettar via man mano che il percorso proseguiva.
Ricordo ancora che in quegli anni la prima tappa era di ben 1200 km. Un vero e proprio massacro, nel senso più pieno del termine, che metteva subito le cose in chiaro decimando giorno dopo giorno la flottiglia di piloti che via via andava scemando. La tappa fu tanto lunga quanto estenuante, io ed il mio amico fummo costretti a fermarsi perché lui cadde. Per trascorrere la notte senza dover troppo subire la forte escursione termica scavammo una buca nella sabbia e ci coricammo. Più tardi fummo recuperati dall’assistenza munita di una Land Rover e dovemmo addirittura togliere l’olio dalle moto per metterlo nel fuoristrada. Nostro malgrado dovemmo abbandonare le nostre moto nel deserto e non ricordo neanche se furono, poi, recuperata dal francese che ci venne in aiuto. Arrivammo al traguardo di tappa che erano, ormai, le tre del mattino.”

“Dopo questa esperienza, se non ricordo male, c’è stato un anno sabbatico e ti sei presentato nuovamente a correre nel 1986”

“Infatti, è proprio così….ho ricordi molto forti dell’edizione della Paris – Dakar dell’86. Una per tutte: fui uno degli ultimi a vedere Sabin prima che morisse  a bordo del suo elicottero. Ma torniamo a noi e a questa intervista…dunque gareggiavo con una XR 600 dell’86 che mi ero preparato da solo, avevo il meccanico ed i ricambi su un Iveco. Pronto per questa avventura, carico di entusiasmo e di buone intenzioni, non feci il conto con il destino che, inclemente e irriguardoso dei miei buoni propositi, fece sì che il mio Iveco non andasse oltre il prologo di Parigi. Difatti il mezzo si ruppe, ma la grande corsa ormai era partita e tempo per le riparazioni ormai non ce ne era più. Non mi rimase altro da fare che imbarcare meccanico e pezzi di ricambio su un aereo con destinazione Africa. Ma talvolta la sfortuna non solo ci guarda di sfuggita, ma continua a tenerci sott’occhio, tanto che  arrivato in Africa scoprii, mio malgrado, che era proibito caricare i ricambi sull’aereo e dunque mi ritrovai totalmente senza ricambi e con solo lo zaino dei miei effetti personali. A parte le condizioni di partenza avverse e, ricordando che correvo da privato e dunque senza alcun appoggio da parte di nessuno, ottenni degli ottimi piazzamenti arrivando a qualificarmi addirittura 8° di tappa. A soli cinque giorni dall’ambito traguardo anche l’aereo accusò dei seri problemi e fu costretto ad un atterraggio fuoripista, l’aria era diventata pesante, da tagliarsi con il coltello, ed i malumori tra i concorrenti si facevano sempre più tangibili. Ci fu chi non voleva ripartire, chi era stremato dalla fatica, chi non sapeva cosa fare e chi cambiava opinione ogni mezz’ora. Ma la Paris-Dakar andava portata in fondo. A cinque giorni dalla metà volevo veder spuntare il mio traguardo dal deserto. Così mi ritrovai a correre senza meccanico, senza ricambi, la sabbia che entrava praticamente ovunque e con la moto che iniziava a consumare olio oltre misura. Addirittura dovetti mettere dentro lo zaino una tanichetta d’olio per i rabbocchi motore e dovetti ben lubrificare il solito filtro affinchè non pescasse sabbia dall’aspirazione. Riaffiorano molti ricordi….ricordo anche che in una tappa, stremato dalla fatica e con il pensiero ossessivo di non esser lasciato a piedi dalla mia fida XR, arrivai, a sera, al bivacco e scoprii una crepa nel telaietto posteriore in prossimità del pignone. Unica possibile soluzione una saldatura…già…una saldatura….come se fosse semplice. Riuscii a trovare una saldatrice ma dovetti impiegare non so mai quanto tempo e quante fatiche per riuscire a farmi accendere una luce. Perché quella notte e, si badi bene, proprio quella lì, il capo tribù l’hammam, uno sciamano locale (insomma una sorta di nostro sacerdote), non voleva che si accendessero luci. Dovetti anche discutere a lungo sul pagamento perché non ero munito di valuta locale ma solo di dollari e dovetti esborsare l’equivalente di 30/40 dollari odierni a fronte dei 4/5 euro odierni che mi chiesero in moneta locale. E oltretutto non furono accettati neanche troppo bene, ma non mi importò, la mia XR fu di nuovo pronta per portarmi fino a Dakar”.

“un rally, un’avventura, una sfida con gli altri e con se stessi dunque. E l’anno seguente cosa successe?”

“Ci fu la Paris-Dakar dell’87, quella che segnò il mio anno di svolta perché finalmente fui ingaggiato nella squadra ufficiale Honda Italiana diretta da Massimo Ormeni. Un giochetto che costò alla Honda qualcosa come 4 miliardi. Le moto in questione erano 4 così affidate: una ad Orioli, che poi risultò primo classificato, una a Teruzzi, una a Balestrieri che si ritirò, e l’ultima a me che ottenni il risultato di quarto assoluto. Le moto studiate ed assemblate in Giappone avevano l’estetica commerciale di una XL ma in realtà erano delle XR 630 estremamente performanti e appositamente modificate allo scopo. Un mese prima dell’inizio della gara arrivarono le quattro moto, scortate da due supervisori giapponesi, i quali, oltre a illustrarci le moto, ce le fecero testare in un campo nei pressi di Massa e, se non ricordo male, anche sulle spiagge di Marina di Vecchiano (Pi) data la somiglianza tra questo tipo di sabbia e quella che avremmo trovato nel deserto. Nel campo avemmo la prova dell’inaspettata potenza del motore e della sua forte erogazione, sembravamo bambini impazziti, correvamo divertendoci euforicamente tanto che io ed Orioli demmo una bella “paga” a Teruzzi, anche se poi, a dire il vero, quest’ultimo in gara fu molto veloce. E fu così che finalmente partimmo, con l’adrenalina alle stelle, ma già ad un terzo del rally nelle moto rompevamo di tutto, ma l’assistenza impeccabile fornita dal team di Massimo Ormeni riusciva a coprire ogni falla. Io cercavo di risparmiare cerchi e di salvaguardare un po’ la moto, almeno fino al momento in cui Orioli mi disse: “Ricordati che se la rompi la colpa è dei giapponesi…..se non arrivi la colpa è tua”. Questa frase, proferita da chi era più del mestiere di me, mi aprì gli occhi e mi fece capire che dovevo pensare solo a dare gas e a non preoccuparmi di niente altro che non fosse ottenere un piazzamento.
Ricordo che ad un certo punto, impossibile dire dove fossi, udii una gran botta, ero frastornato. Vicino a me c’era un altro pilota, del quale non ricordo né il nome né tantomeno la nazionalità, con entrambe le gambe fratturate. Entrambi accendemmo la Balise, io ero confuso, frastornato, ma determinato a continuare. Mi alzai dandomi una scossa, mi rimisi il casco, accesi la moto che prontamente ripartì, ci salii sopra e via, ma tanta era la confusione che avevo dentro in quel momento che partii nella direzione contraria!!! Furono degli spagnoli che, scolvolti vedendo che stavo percorrendo la strada a ritroso, mi fecero capire che stavo tornando indietro e mi fecero riprendere la giusta via. Se non avessi incontrato loro, chissà quanti altri km avrei vanamente fatto!!! Ripresi a correre  arrivai al punto  ma le Balise accese avevano ormai fatto scattare la macchina dei soccorsi con il camion scopa e gli elicotteri. In tutto ciò, alla fine, Balestrieri si ruppe una spalla, Orioli meritatamente vinse ed io arrivai quarto assoluto. Feci rientro a casa con i giornalisti di Motosprint che, invece di andare a Genova, mi portarono a Bologna. Direte voi e che problema c’è per uno che ha attraversato il deserto? Eh, si sa, dopo un esperienza del genere non si vede l’ora di tornare a casa per riprendersi dalle fatiche, per godersi il meritato riposo e…magari per iniziare a programmare qualche altra avventura!!!”

“Per concludere questa intervista intrisa di ricordi, che farà vivere, anche a chi non l’hai mai vissuta, l’aria delle grandi corse: cosa ti ha lasciato la XR?”

“Avrei tantissimi altri racconti, tante esperienze da condividere con chi, come me, vive la moto come una passione e non come un semplice mezzo di locomozione. Ma i ricordi più importanti sono quelli che ognuno si porta dentro, sono quelle foto che ognuno ha stampato nella memoria, quelle che mi fanno vedere ancora i colori del deserto mentre  sono in sella alla mia XR. E credetemi, in quegli anni ho vissuto, sulla mia XR, veramente delle avventure di quelle con la A maiuscola.”

"Grazie, grazie ancora per averci fatto riviveri un esperienza di storia motociclistica."

 

Commenti  

 
#1 tanakkas 2010-10-13 22:49
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